‘Mi interrogo spesso sul senso della fotografia. Ho provato a leggerne parecchi di trattati, anche famosi, di scrittori illustri, che cercavano di darne una definizione, ma li ho sempre abbandonati prima della cinquantesima pagina, lo ammetto. Ho iniziato a fotografare con una reflex, di quelle con la scritta kit 18-55 sulla confezione. Dopo ho preso in mano l’Olympus om2 di mio padre e ho iniziato a sviluppare le prime pellicole al buio del mio gabinetto. Ho passato tanto di quel tempo. Ho iniziato a rinchiudere il mio sguardo basso e timido, in un mirino alcune volte impolverato, e mi sono sentito libero, come poche volte nella mia vita. Sono passato ad una macchina leggera e veloce, con un autofocus e un 35mm che mi costringeva ad avvicinarmi per la prima volta a quelle persone che per me erano solo dei personaggi dei libri. Ho fatto tante di quelle foto, il più delle volte inutili, che testimoniavano nulla di più che la mia bravura a schiacciare un pulsante il più possibile davanti ad un passante senza che se ne accorgesse, e ne ho appiccicati tanti di significati a quelle foto, anche quando non ce n’erano. Erano solo persone che camminavano per la strada. Non avevo mai toccato la vita, non avevo mai incrociato uno sguardo, non avevo mai cercato di sentirmi parte di tutto quello che da sempre ho avuto attorno. Ho venduto quella macchina, sono passato ad una Leica che non ha l’autofocus, e che quando scatti la senti. Avevo bisogno di questo. Di prendermi del tempo, per capire quello che realmente volevo da una foto e da quella persona che avevo davanti. Mi serviva del tempo per cercare una certa armonia, tra le cose. Perchè credo che la fotografia come le altre forme d’arte, abbia bisogno di alcune regole, quanto meno per rendere un messaggio decifrabile e bello. Altrimenti finiamo per raccontare in lingue incomprensibili le più belle storie. Mi serviva del tempo, forse è questa la cosa più importante, per farmi riconoscere, dalla persona che fotografavo e sopratutto per mettermi al suo livello, sono stanco di nascondermi. E non mi servivano tutti quei megapixel e tutti quegli iso stratosferici, mi serviva arrivare a 1600.
Avevo bisogno del bianco e nero che porto dentro, della grana vistosa e presente, di un mezzo che non volesse rendere la realtà più trasparente e liscia di quello che è. Non sento ancora di riuscirci al meglio. Mi sento il più delle volte uno scolaro che impara una nuova lingua ed è ai primi verbi. Credo che lo sguardo vada educato, ma ancora prima la coscienza e la sensibilità, l’empatia. Mi sembra ancora di continuare a gridare parole inutili nel mezzo di un grosso baccano che è il mondo oggi. Spero un giorno, di riuscire a fotografare nel modo stesso in cui termino una frase. E che quella frase sopratutto abbia un senso, compiuto, abbia prima del punto tutta la forza delle emozioni. E sarà quello il momento, in cui potró leggerla ad un altro, rileggerla, anche ricordarla.’

                                                                                                                                                                   

                                                                                                                                                                                  Vittorio


Born in Matera, Southern Italy, 1988.
Actually based in Pisa, Tuscany.
Some of my works have been published
on sites and online magazine:
Vogue, National Geographic, Inspired Eye.