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Centinaia di cuori sepolti su lucide seggiole di plastica rossa curvata, nascosti dentro involucri stanchi, di pelle e di sogni mai nati.
Migliaia di occhi che rotolano, su schermi sporchi insozzati da dita tozze e sudate, rotolano fino a cadere nel burrone nero e profondo della paura.
Di guardare, di incrociarsi, di conoscersi.
Senza rumore.
A parte quei suoni goffi digitali di chi ci manda sorrisi di plastica che mimano espressioni e ci fanno sentire amati, in qualche modo.
Sono i piatti coperti sulle nostre tavole senza tovaglie, l’idea che qualcuno ci aspetti a casa per stringerci delle braccia avide al collo.
Eppure viviamo nei monolocali, non abbiamo tavole, mangiamo con i piatti sulle gambe e i computer accesi, mangiamo storie inventate, bellissime storie nate dalla penna di altri, sogniamo follie, sogniamo la Polinesia in barca a vela e le arrampicate sull’Everest, compriamo chili e chili di attrezzature per fare cose, eppure rimangono lì sepolte, tra i cartoni puzzolenti di Amazon e le nostre paure. Siamo schiavi dei sogni che avevamo, siamo schiavi dei sogni che avremo e siamo schiavi dei sogni di oggi, quando oggi è già passato e domani avremo la nuova app che ci aiuterà a realizzarli.
Pubblichiamo storie, senza sosta.
Come se avessimo un mondo da raccontare e una platea infinita di gente pagante pronta a regalarci una reazione. Una reazione, sotto forma di un sorriso, un pianto, un cuore.
Ho sempre pensato che l’uomo sia un essere semplice, un meccanismo estremamente primordiale e bestiale, e inizio a pensare che secoli e millenni di filosofia e teatro, di letteratura, poesia, arte, scienza e fantascienza, alla fine siano stati solo, una grande e dolorosa confusione inutile e digressioni asteriscate sul fondo di una pagina ingiallita che nessuno mai leggerà.
Alzo la testa, mi sento solo.
Ho quasi paura di guardare la gente in volto perchè mi sento osservato e incolpato di una qualche strana mania o di star per progettare un qualche attentato alla chiesa della madonna di Picciano.
Riprendo il telefono e continuo a scrivere.