LA RADIO DI PLASTICA DI UN CHIOSCO SULLA SPIAGGIA

 

 

Non ho mai capito il motivo.
Per cui ascoltando una canzone di Gino Paoli mi sentissi trasportato velocemente con la mente e con il cuore, in una fredda giornata di mare, incorniciata da un cielo grigio opaco e battuta da un vento leggero.
Non l’ho mai capito, forse per qualche ricordo d’infanzia.
Le mani ruvide di mio padre, la maglietta incrostata di salsedine dura, la radio di plastica di un chiosco sulla spiaggia che suonava Quattro amici al bar. Una barca, delle onde leggere a riva, che si trasformavano in colline ed in montagne poco più a largo, superata la zona riparata dagli alberi e dalle case.
Metaponto sullo sfondo, che diventava sempre più piccola, quasi un ricordo.
Con la sua spiaggia ogni anno più corta, la sua sabbia, ogni istante più sottile.
I volti pesanti, di cento e mille persone venute dalla provincia con la loro Cinquecento piena zeppa di utensili, di cibi, di vestiti, di giocattoli usati dell’estate precedente. Con la mente e con gli occhi, che lacrimavano sogni infranti, malinconie vere e reali. Credo sia per questo, che io ho sempre amato quel luogo. Nonostante sia disprezzato dai più. Perché da nessun altra parte, in nessun angolo del mondo, del mio piccolo grande mondo, potevo trovare un briciolo di realtà.
Era il posto, che per due mesi l’anno, da Luglio a fine Agosto, mi riportava in vita, mi dava respiro, dissetava il mio sguardo. Gli occhi si nutrivano solo di mare. Si perdevano, pomeriggi interi, tra le creste di onde lontane, tra la schiuma e il picco dell’ultima onda, che di lì a poco sarebbe andata ad infrangersi sulla riva. La mia mente si colorava di tramonti, di albe. Di colori che cercavo a tutti i costri di strappare da quel grande cielo, per portare sempre con me, anche dopo la partenza. Il rosso, l’amaranto, il blu. Quel blu. Che nasce un istante prima della notte.
Quel blu che mescola il cielo con il mare, a formare un’unica grande anima.
Un blu che non è nero e non è celeste, non è grigio. E’ quel blu e basta.

La grandezza del silenzio, della solitudine. La bellezza del viaggiare dentro se stessi, come trovandosi in un pulman che viaggia di notte senza altri passeggeri. Soltanto tu, verso le ultime file, con il viso appoggiato a quel vetro freddo, solo la luna di fronte.
La comodità estrema del sentirsi libero, di sognare, di sperare, di costruire, di inventare. Di immaginare un futuro, di disegnare giorni, luoghi, situazioni.Il sorriso, che si stampava sulla mia faccia, quando vedevo la gente della città, smascherata, in preda ai propri vizi, alle proprie debolezze, alle proprie virtù, anche. Le persone, sembravano esser ritornate bambini. Sembrava che i loro occhi, perdessero in quei giorni, tutto quello strato di polvere e odio, di cui in città si permeavano. Tutti gli obblighi sociali, tutte le regole, andavano beatamente a farsi fottere. Per quei quindici giorni all’anno di ferie, la gente viveva. E viveva per davvero.
Solo il mare sullo sfondo, come una potente medicina.
Come l’unica grande manifestazione di catarsi presente al di qua dell’orizzonte.