MADE FROM THE GROUND

“Poi nessuno saprà di noi, di tutti
e l’orma nostra sarà un altro vento
sulla polvere, o un grido. O questo schianto
del mare che rovina sulle pietre”

Tommaso Giglio

Racconto e memoria, nient’altro che questo.
Ci fu un tempo in cui i volti di questi uomini e di queste donne, urlarono furori incredibili.
Quell’ardore si trasformò in pietra ruvida, in tetto scricchiolante e corroso dal vento, in anima muta e profondamente assetata di passione.
E’ così che, tra il silenzio di una strada deserta e il fragore di una persiana che si chiude intimorita, senza fare rumore, leggo i luoghi che appartengono al tempo che ci fu prima di me.
Qui, l’alba è fatta dei volti di chi quell’ardore l’ha masticato; la luce battente del mezzogiorno è di chi con le mani nude quella tempesta di fiamme l’ha acchiappata; il crepuscolo è della memoria di chi quell’esprit de finesse l’ha conosciuto. La notte di chi il mondo l’ha scritto da sé. Le ombre sono violente: si chiudono negli angoli e negli anfratti di vicoli e stradine che profumano ancora di zagara di limone o di tufo logorato da mani rugose che lì si sono appoggiate e lì si sono aggrappate.
Il nero apre le corde del mio cuore, insaziabile divoratore di toni che non lasciano spazio a nient’altro se non alla voce, muta, delle immagini che leggo. Il bianco, qui, disegna i contorni del grande big bang del tempo che, ingordo, non lascia in pace nemmeno chi ha voltato le spalle al mito faustiano.
La volontà è sempre quella: trovare la misura delle cose attraverso il racconto degli occhi e delle rughe di chi, quella misura, l’ha divorata col tempo e con l’affanno. È un’ossessionante ricerca di memoria questo bianco e nero.
Di stupore incastrato tra le pieghe della fronte arricciata di un uomo che mi guarda, di semplicità e di purezza emotiva.È una bellezza travolgente, che passa tra le mani logore e gli occhi brillanti di un giovane che sembra aver vissuto tutta un’eternità sulle sue spalle.
È un vento dolce che rompe il silenzio dei ricordi.
È un profumo di terra bagnata, dopo una pioggia battente.
È un racconto di viaggi lontani, che restano seduti sulle vecchie panchine di pietra di una città che è sempre la stessa.
I pensieri che rimangono e che leggo, adesso, sono un violino Stradivari chiuso in soffitta che aspetta solo di suonare.

Testo di Ivana Fede


 

Stamattina ero da solo per i vicoli della città. I vicoli che mi piacciono, quelli che da sempre mi porto dentro. Quelle strade soleggiate e silenziose, fatte soltanto di sole, che si distende sul tufo consumato dagli anni, da gatti randagi e panni stesi. Sono sempre lì, da centinaia di anni. Che se ci fai un po’ di attenzione, puoi notare che forse sono sempre gli stessi. Rettangoli di cotone bianco che profumano di tempo e di storie. Sono solo le mani che li lavano a cambiare. Mani rugose, sicure e mani giovani, acerbe. ‘In questa città posso ritrovare la misura delle cose’ scriveva Levi.
E il metro forse è proprio questo.
La semplicità di tutto quello che non passa mai. La bellezza, la potenza di tutte quelle cose vere e significanti. La straordinaria leggerezza del vento che si infiltra tra le pieghe del tufo, tra gli anfratti, come fossero rughe e pieghe di una pelle antica.


This morning I was alone through the lanes of the city. The lanes I love, the ones I always carry within. Those silent and sunny roads made of nothing but sun that lays down on rugged tuff, wild cats and hanging laundry. They are always there – since centuries. If you pay attention you might notice they’re always been the same and the same again.
Rectangles of white cotton smelling of time and stories. The only things that change are the hands that wash them. Wrinkled, safe hands and young, cheerful ones.
“In this town I can find again the real measure of things”, wrote Carlo Levi. Perhaps the meter is this.
The simplicity of all the things never go. The powerful beauty of all the meaningful, true things. The extraordinary lightness of the wind that gets through the tuff’s creases, the clefts, like they were wrinkles of an ancient skin.