OSSI DI SEPPIA



La vita è come i mandarini cinesi, dicevi, quelli che crescono nel giardino di dietro:
li addenti, che gli occhi ti scapperebbero via dalle orbite, tanto è l’aspro che ti invade la bocca;
li gusti, quando i denti anestetizzati continuano imperterriti a masticare, e l’asprezza scompare all’improvviso,
e solo allora ti accorgi che sono più dolci dei mandarini normali. Più profumati.
Come se in uno, ne fossero concentrati cento, come se quella fatica iniziale,
riservasse un premio raro ai più arditi. Non a tutti piacciono i mandarini cinesi,
almeno tra quelli che conosco.

Poco prima delle undici, il cielo di Dicembre, in quelle mattine senza vento, esplode di sole e di blu,
quel blu così intenso, che se ci fai caso, credo, un po’ lo vedi sciogliersi lungo l’orizzonte;
colare giù come un barattolo versato, un pensiero invadente, una stretta di mano troppo vigorosa,
un eccesso d’amore, un regalo di troppo, e donare un po’ del suo colore all’acqua, senza però mai perdere l’intensità del suo.
Blu, oltremare. Oltre il mare la vita non c’è, penso.
Mentre guardo l’acqua stranamente pulita adesso, e mi chiedo che fine hanno fatto quelle estati rumorose, quelle creme solari al cocco, quei salvagenti a forma di pinguino e quella strana voglia di catarsi, di purificazione, e i giochi, le corse, il rincorrersi, l’amarsi e l’odiarsi; mi chiedo che fine hanno fatto i lidi e le granite preparate male, i gelati nei cartoni impilati nei frigoriferi che arrancano a mezzogiorno,
i volanti che scottano delle macchine parcheggiate male, e più ci penso e più diavolo me lo chiedo, che fine ha fatto tutta gran baraonda di suoni e colori, mi chiedo che fine ha fatto tutto questo, qui.
Al mare.
Che sembra adesso, un immenso terreno arato, pronto per la prossima semina.
Un amante steso sul fianco in un letto troppo grande, ancora vestito, che nella notte aspetta con ansia qualcuno: dicono che non arriverà.
Un posto, dove se chiudi gli occhi per un attimo solo, se fai questo errore, le orecchie ti scoppiano per il silenzio denso di rumori, di voci, di parole, che risalgono nella mente, dalle vene e le arterie, dalle fibre e dai nervi, e fanno battere il cuore.
Quel cuore, che non sapevi più di avere.
E vivevi come sospinto, di uno strano moto di ricordi, e sensazioni informi.

Le vedi adesso, una per una.
Quelle domande interrotte sul nascere, tutte le domande che non abbiamo mai fatto, tutte le risposte che mai avremo, tutte quelle stanze d’albergo ormai lasciate, quei check-in fatti in fretta, quei saluti strozzati, quegli occhi vuoti di plastica ruvida, quei ti amo dimenticati, il suono stesso di quelle due parole dimenticato, quei costumi sciacquati male, ancora pieni di sabbia, quelle notti d’amore e imbarazzo, quelle notti di caldo schifoso, quelle tavole apparecchiate nascoste dal gelsomino e quegli angoli bui in cui sentivi l’odore delle zagare e della magnolia, come fosse l’apparizione di un qualcosa di sacro, tra di noi poveri peccatori; e le senti anche quelle ondate di rabbia, che sbattono e sbattono sulla sabbia e la consumano fino in profondità, lo senti quel tempo che scappa via come un profumo da una boccetta troppo piccola, che più cerchi di afferrarlo con le dita e più le dita stesse ti fanno male, le vedi tutte, quelle persone, che sono andate per non tornare. Una per una.
E per ognuna di loro, giuro, questa mattina faró un passo.
In questa città deserta, tra i cancelli chiusi male e i giardini che traboccano di verde, le piante selvagge cresciute  troppo che escono ora fuori dalle ringhiere scrostate. Come se nessuno più stesse guardando il mondo, e lui facesse ora il cazzo che vuole.
Le finestre rotte, le scarpe vecchie davanti alla porta dell’alimentari chiuso da mesi. Per ognuna di loro faró un passo, uno dopo l’altro, lo giuro, e arriveró al mare. Sembrano chiese, le case deserte. Da cui salgono e rimbombano centinaia e centinaia, di preghiere silenziose, di nenie composte di quei quattro versi, che nella notte si ripetono e si ripetono, è una veglia primordiale, un canto selvaggio, è magia.

Un passo dopo l’altro, sono quasi arrivato.
Si amano due gatti ricoperti di ambra, sul bordo di un muretto scrostato, mentre uno nero, più piccolo, nero come la notte, li guarda in silenzio. Il signore del bar cammina, di fronte a me, tenendo le braccia dietro la schiena, stretto nel suo grembiule bianco ben stirato: ha appena esposto un cartello con scritto a penna rossa ‘Aperto’ davanti alla porta. Lo guardo. In questa città non c’è nessuno.
A parte me, lui e i gatti. Ma non ne sono sicuro. Sorrido.
Dalla sabbia ormai guardo, tutto questo enorme cielo e questo enorme mare, e questa enorme scossa che mi attraversa l’anima e il cuore ricomincia a battere. La stanza di un albergo si apre, una luce arancio si accende, nella notte, proprio dentro quel lampione che non avevamo mai guardato, quello un po’ nascosto sapete, quello nell’angolo, dove in certe sere puoi sentire anche il gelsomino, le zagare, e se sei fortunato, anche la magnolia.

La vita è come i mandarini cinesi, dici.
Aiutami a raccoglierli, che li portiamo a casa.

Metaponto, Dicembre 2018 (10-21)

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EUGENIO MONTALE, Casa sul mare, (Ossi di seppia, Torino 1925).

ll viaggio finisce qui:
nelle cure meschine che dividono
l’anima che non sa più dare un grido.
Ora i minuti sono eguali e fissi
come i giri di ruota della pompa.
Un giro: un salir d’acqua che rimbomba.
Un altro, altr’acqua, a tratti un cigolio.

Il viaggio finisce a questa spiaggia
che tentano gli assidui e lenti flussi.
Nulla disvela se non pigri fumi
la marina che tramano di conche
i soffi leni: ed è raro che appaia
nella bonaccia muta
tra l’isole dell’aria migrabonde
la Corsica dorsuta o la Capraia.

Tu chiedi se così tutto vanisce
in questa poca nebbia di memorie;
se nell’ora che torpe o nel sospiro
del frangente si compie ogni destino.
Vorrei dirti che no, che ti s’appressa
l’ora che passerai di là dal tempo;
forse solo chi vuole s’infinita,
e questo tu potrai, chissà, non io.
Penso che per i più non sia salvezza,
ma taluno sovverta ogni disegno,
passi il varco, qual volle si ritrovi.
Vorrei prima di cedere segnarti
codesta via di fuga
labile come nei sommossi campi
del mare spuma o ruga.
Ti dono anche l’avara mia speranza.
A’ nuovi giorni, stanco, non so crescerla:
l’offro in pegno al tuo fato, che ti scampi.

Il cammino finisce a queste prode
che rode la marea col moto alterno.
Il tuo cuore vicino che non m’ode
salpa già forse per l’eterno.