THE BIRTH OF THE SEA

 

Qui il cielo è grande, che se ti sporgi appena oltre questi vetri lo afferri.
La terra è ampia, di un verde sbiadito che conserva in sè i colori neonati, di una primavera pronta ad esplodere sotto la linea dell’orizzonte. Il blu intenso, di un cielo che sembra fondersi oltre le colline,con l’origine del mare. Il tuo mare, Il nostro.
Così profondo eppure cosi lieve, così leggero.

Mare antico, primordiale, battuto dal vento e bruciato dal sole. Questo grande, immenso sole, che qui cattura ogni pensiero,
lo imprigiona, lo mastica, lo fagocita, per lasciarne poi, soltanto un soffio, un ricordo, un’immagine sbiadita.

Quindici rintocchi.

Quindici volte la campana grida. E insieme a lei, una folata di vento.
Spazzano il tempo, i minuti, le ore, in questa strada che non ha spiragli. Qui la vita non si affaccia, a chiedere spiegazioni. Qui il mondo non porta il suo pesante muso, in cerca di briciole vecchie di sentimenti inutili.  Qui l’amore, la forza, la passione, non han catene, che li tengono in prigione.
Le catene, invece, sono santi e sono madonne, che osservano sornione il pomeriggio che muore oltre il campanile di San Giorgio. Oltre le pietre rosa e ambra in festa. Oltre gli occhi profondi, della gente. Oltre la loro pelle scura, oltre le rughe, oltre i ricordi, oltre le mille storie che raccontano.
Diciotto rintocchi. Diciotto volte, la madonna urla. Urla per noi, e per il nostro amore.
Urla di gioia, di meraviglia, perchè tutto intorno, nel paese, si possa sentire.
Perchè i bambini, rincorrendo il pallone, per un attimo  si fermino e osservino il cielo sopra loro. Perchè un vecchio uomo, nel suo negozio antico, tra cento suole di scarpe che nessuno più indosserà, possa veder ancora i suoi occhi brillare, per un solo istante.
E magari immaginare persone, nel lontano Venezuela del dopoguerra, con ai piedi quelle scarpe. Un amore, un amico, uno straniero.
Perchè alla fine, nella vita, bisogna pure aver fede in qualcosa. Che sia un uomo sulla croce o che sia il tuo sorriso.
Perchè io, possa vivere nei tuoi occhi, come se fosse la prima volta. E in te restare, per l’eternità.
Innamorarmi di te, continuamente. La cosa che meglio so fare.
Il sangue, che mi brucia le vene fino al cuore. La misura del mondo, il colore dei miei occhi.
La dimensione della mia anima, lo spazio dei miei pensieri. Tu sei questo.
La bellezza che corre severa, a ricordar che tutta questo grande mistero dell’esistenza e dei pianeti, non è che una storiella ben articolata, ma dal significato semplicissimo. Una fiaba, quasi.
Ventuno.
Ventuno volte la campana bussa alle porte della notte. Mentra la luna fa capolino, oltre i vetri delle case di Modica bassa. Non c’è bisogno di salire troppo in alto, a volte. Le stelle, le vedi meglio da giù.
La tua mano nella mia. Le strade fredde e profumate. Tutto il tempo che scriviamo, come fosse il racconto più bello che ci sia.
Tutto l’amore che ho per te, infinito, non è altro che l’estensione della mia essenza. Il suo completamento, la sua elevazione.
Quindici rintocchi.
Quindici volte la campana grida.
E insieme a lei, una folata di vento.
Spazzano il tempo, i minuti, le ore, in questa strada che ora danza,
sul palcoscenico nero, di questa notte di fine Aprile.
E restiamo noi,
che guardandoci, ci amiamo.