Volano i treni sul fiume
il disegno di idee future
sul binario invisibile dell’orizzonte,
la traccia sbilenca della luna crescente.
E passa anche l’ultimo vagone
nel silenzio beffardo e sornione,
quello male illuminato, quello lento,
dove vedo il tuo volto a stento.
Chino sul vetro sporco del finestrino
quel tuo cuore, ridotto ad un corto lumicino
illumina un pezzo di cielo, scorrendo fugace
mentre laggiù sull’acqua,
l’anima tua, nera, tace.
I piedi stanchi, stesi sul sedile di fronte,
il tuo impermeabile di stoffa vecchia e maleodorante,
la tua valigia rotta e quasi vuota
di pochi sogni infilati alla rinfusa.
Lontano,
un tabellone degli arrivi
segnala un ritardo
di un treno che dicono si sia perso
tra le stelle ormai spente e gli ulivi,
tra i ricordi di ieri e il rimorso.
Un vecchio controllore timbra
un biglietto illeggibile e diverso,
un fiore nasce al bordo di una strada
nutrendosi di asfalto, di rabbia e rugiada.
Una madre rimbocca la coperta del figlio
posa il libro finito sul comodino
la storia che gli ha appena sussurrato:
quella dei treni che portano
i sogni nel cielo.
Lui con le palpebre chiuse,
ma gli occhi ora di qua ora di là
finge di dormire, non cerca scuse
pensa solo che un giorno, ci salirà.